Non vorremmo (e l’obbligato condizionale fa la differenza, purtroppo) mai imbrodarci in scomodi e poco utili confini, clichés, perimetrazioni. A me particolarmente, poi, sono del tutto invisi il paragonare, il confrontare, l’accostare. Perché questo consuetudinario piglio giornalistico toglie originalità e genuinità ad ogni lavoro. E questo bellissimo platter d’esordio dei No:Fly è di ben altra pasta. Forse non dice tutto di questa band, forse è logico considerarlo come l’apripista di un discorso auspicabilmente più lungo ed articolato, fondato su numerosi, successivi capitoli. Ma apprestiamoci a questo delizioso viaggio. Innanzitutto, a partire dalle loro molteplici influenze, i No:Fly si muovono su coordinate decisamente smoothy, con elementi preponderanti quali la ricerca armonico-melodica, un uso intelligente e mai ridondante dell’elettronica, un approccio dolce e suadente all’uso dei temi, spazi dedicati alla ‘libera improvvisazione strumentale’ mai fuori luogo (se è lecito così considerarla, visto che tutto sembra parte di una super-organica scrittura), occhio ben strizzato non solo al classic jazz, ma anche ad una certa avantgarde della contemporary fusion. Ciò che è d’uopo maggiormente sottolineare in questo lavoro si snoda nei seguenti due punti: 1) la voglia del quartetto, ben direzionata e soddisfatta, di proporsi con la propria personalità distintiva, sperimentando a gogo; 2) il desiderio concreto di emozionarsi ed emozionare, disegnando un viaggio sonoro fatto di ambientazioni, panorami, nuances. Il mood dei nostri, dalle decise tinte urbane d’una cinematografica megalopoli, disegna uno scenario cementizio ed aeriforme, come di giornate imbrunite, illuminate soltanto da un cielo grigio e grondante guazza che si addensa sul manto stradale. In tale habitus si muove il nostro passo rapido, ma non frenetico, diretto nel luogo ove la pelle, sferzata dal freddo, sa già di trovare riscaldante e salvifico ristoro da parte d’un contatto umano potentemente anelato, un appuntamento galante inusuale. Quivi i colori si fanno caldi e l’ambra degli elisir alcoolici, riscaldati su viva fiamma, è scenario all’estasi dei corpi. Capite bene che i No:Fly sono particolarmente abili a dipingere tutto questo su tela, lasciando grande spazio all’immaginazione dell’ascoltatore. Stupenda la cover dei Kraftwerk, “Das Model”, sapientemente riproposta ed episodio sopra le righe. Eccellente la produzione, soprattutto in alcuni intelligentissimi apici. Buon viaggio a tutti, dunque. Che sia questa la colonna sonora. Post scriptum: inutile sottolineare le gesta d’ogni singolo musicista, questo quartetto è perfetta sinergia d’intenti ed emozioni, delle quattro anime sonore coinvolte (a cui si aggiunge la quinta del brillante sax player).
Urbanamente Vostro,
Marco “Mark Joyce” Di Matteo

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